«Il morire a cui ci condannano»

Articolo pubblicato a pagina 15 de il manifesto

«Vado perdendo sempre di più la mia autonomia intellettiva e mentale, con grave deperimento della qualità e della dignità del mio vivere quotidiano. Vi prego, aiutatemi a venirne fuori! Prima che sia troppo tardi per le mie facoltà di giudizio ed autonomo discernimento. Ho urgente bisogno di voi, del vostro prezioso aiuto per accedere all’eutanasia». Questo è solamente un passaggio di una delle tante lettere e telefonate che ogni settimana giungono all’Associazione Luca Coscioni così come a Exit Italia. Ragazzi e anziani con patologie gravissime e costretti da anni a pesanti cure continuative.

Affetti da malattie inguaribili ma non in fase terminale, non riescono a trovare aiuto nemmeno nelle cliniche svizzere. Persone che sanno che qualche mese dopo la richiesta di aiuto sarà troppo tardi perché perderanno la capacità di intendere e volere. Lettere firmate che chiedono informazioni sulla Svizzera, parole rassegnate dall’ingente spesa per affrontare l’esilio, per poter morire e terminare le proprie sofferenze.

Come denunciato già nella precedente rubrica citando fonti Istat, in media ogni giorno in Italia 4 malati ricorrono al suicidio impiccandosi o lasciandosi precipitare dai balconi. L’elusione del legislatore – parola quanto mai adatta usata dal Presidente Napolitano nel richiamare l’attenzione del Parlamento – nei confronti della situazione del «fine vita all’italiana», è oltremodo sfacciatamente criminosa. La teoria della riduzione del danno, che motiva le politiche di legalizzazione così come già accaduto negli anni ’70 nei confronti dell’aborto, guida oggi il Comitato Eutanasia Legale che da 260 giorni attende l’avvio della discussione in Aula della proposta di legge popolare depositata nel settembre 2013. Giorni sui quali pesano quasi mille suicidi, macabri e violenti, motivati da malattia fisica o psichica. Fu Luca Coscioni, il leader radicale la cui vita è stata segnata dalla sclerosi laterale amiotrofica che lo ha portato alla morte nel febbraio del 2006, a dire che «l’incubo non è nella morte, ma nel morire cui ci condannano. L’eutanasia è una dura realtà e come tale va regolamentata senza ipocrisie». Perché non possiamo garantire a queste persone il rispetto dell’ultimissima speranza, quella in una fine degna di un essere umano? A queste e ad altre domande prima o poi il legislatore dovrà rispondere.

Matteo Mainardi, www.eutanasialegale.it/sostienici

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