Ricostituzione, Rivolta, Referendum: tre “R” per un movimento radicale

Articolo di Antonella Soldo pubblicato sul sito Radicali.it

PREMESSA – Se lo vorremo, questo sarà l’anno dei radicali. In ogni caso, e indipendentemente da noi, sarà l’anno in cui la necessità di una politica radicale si farà sentire più forte che mai. La democrazia liberale rischia di essere travolta dalle forze nazionaliste. Questo, in concreto, che cosa vuol dire? Che sono in discussione tutte le conquiste di diritti e libertà. Che il mondo che conosciamo è in discussione. Che dovremmo occuparci ancora dei corpi: non solo di quelli dei migranti lasciati morire o tenuti in ostaggio sulle navi. Ma anche dei corpi via via rinchiusi e puniti da un numero crescente di nuovi reati. Dei corpi esposti a una forza pubblica che si vuole sempre più violenta, e di quelli vittime di una più facile circolazione delle armi. Dei corpi che si vuole controllare: nella sessualità, nella riproduzione, e in ogni ambito del vivere (e del morire). Dei corpi delle donne e delle persone omosessuali anche all’interno delle comunità islamiche nel nostro continente, che rischiano di rimanere stretti nella morsa dell’attacco congiunto delle forze illiberali nostrane e del radicalismo islamico d’importazione. Ogni progetto politico che provi ad inseguire le paure e le ansie agitate dalle destre estreme, o a rispondere di volta in volta alle mosse di queste, è destinato a fallire. È necessaria una strategia che non sia più solo di resistenza o di argine: ma di proposta e attacco. Nonviolento, s’intende. Sta a un progetto radicale oggi incarnare un’azione alternativa e indipendente dal racconto unico sovranista, e altrettanto potente. Sta a noi lottare per garantire a ciascun individuo la possibilità di trovare ancora nell’Europa una terra di libertà, pace e democrazia, dove poter perseguire la propria aspirazione di vita e di felicità. Le ambizioni radicali – ci ricorda qualcuno – erano sempre dirette a obiettivi che sembravano irraggiungibili. Ma hanno tracciato la direzione. Ecco, dovremmo recuperare quel coraggio di avere sogni che non siano “a portata di mano”. E avere l’intelligenza di trasformarli in progetti concreti, e in vittorie per tutti. Se lo vorremo, questi saranno anni radicali. E ci sono almeno tre punti sui quali cominciare a lavorare: ricostituzione, rivolta, referendum.

1- RICOSTITUZIONE – Nel nostro paese ogni riflessione sulla vita e l’iniziativa di un movimento politico rimanda fatalmente al discorso sulla perdita di credibilità delle classi dirigenti. Per questo a noi serve una comunità di attivisti: capaci di sia di mobiltare che di elaborare proposte di governo. In grado, cioè, di organizzare gli strumenti per pensare, finanziare, raccontare, e realizzare l’iniziativa politica. Sia chiaro: molte associazioni fanno già un lavoro straordinario. Qui si tratta piuttosto di proporre una gestione più efficace e organica degli strumenti, di investire sulla “qualità” del movimento e, dunque, sulla classe dirigente del futuro. Il modello da sviluppare è quello del “Radical Lab”, il laboratorio di idee politiche e disobbedienze che abbiamo realizzato insieme a 20 giovani iscritti. Un progetto per imparare a usare strumenti e competenze, creare reti di scambio, studiare e farsi promotori di proposte (alcuni di queste proposte le potete già leggere nei contributi precongressuali). Investire sulla struttura del movimento non è una nostra invenzione: molti partiti in Europa lo fanno, alcuni nuovi altri per rinnovarsi (cito l’esempio del partito Riformatore estone che ha organizzato una serie di eventi di questo tipo per i propri membri, con riscontri eccellenti in ambito di mobilitazione, aumento delle iscrizioni e delle donazioni, e dei risultati elettorali). Per fare questo serve una segreteria itinerante, disposta a spostarsi per sostenere dove sia necessario i gruppi territoriali, portando un supporto concreto anche in termini di formazione. Serve una dirigenza militante, e serve lavorare su punti di forza. Come ad esempio, il know how del nostro movimento su raccolta firme, come confermato anche dall’ultima campagna Welcoming Europe. Da qui potremmo ambire a guidare e organizzare una rete di attivisti europei per portare avanti le proposte di legge di iniziativa popolare proposte da Matteo Mainardi in questo dibattito precongressuale. Ancora, nell’anno trascorso la tesoreria di Silvja Manzi ha impostato un lavoro con Nation Builder, uno dei più grandi sistemi di gestione di dati personali. Un lavoro che è solo all’inizio ma che ci ha permesso nelle ultime settimane di organizzare meglio i nostri indirizzari e sperimentare tentativi di successo e dunque di individuare una direzione indispensabile. A questo è legata la capacità di puntare su nuove e creative forme di finanziamento. E ciò anche considerando che la tessera deve essere uno strumento della partecipazione e non può più rappresentare l’esclusivo canale di autofinanziamento.

2- RIVOLTA – L’uomo in rivolta, secondo Albert Camus, è “un uomo che dice no”, ma mentre scaglia il suo rifiuto verso un mondo e una realtà che sembrano senza opzioni di riserva, è capace anche di tracciare una “frontiera” e dire “sì”. Disobbedendo apre una possibilità di conquistare un’alternativa, e di organizzare una comunità intorno a questa alternativa. Detto con altre parole è quello che Roberto Cicciomessere definisce “essere disponibili a mettere in gioco la propria libertà”. La disobbedienza civile, la nonviolenza, il dialogo, dunque come “armi” per conquistare l’agenda politica. Riusciremo a riorganizzare questo tipo di lotta come segno di un’intera classe dirigente e di un intero movimento? Dobbiamo provare innanzitutto a raccogliere la rete dei disobbedienti: solo nello scorso anno sono state moltissime le persone denunciate e processare per disobbedienze, soprattutto per violazioni legate alle leggi sull’immigrazione. Dobbiamo, per esempio, provare ad organizzare una rete di sindaci che siano disponibili a forzare apertamente gli strumenti dell’amministrazione per cambiare leggi come quella sulla cittadinanza per i nuovi italiani. E qui c’è un altro elemento di “rivolta” che va sottolineato: il movimento di cui abbiamo bisogno ha come oggetto della sua iniziativa il paese di domani. Che guarda, cioè, a quello scontro tra generazioni che è il vero fulcro di questioni ormai incandescenti come il debito pubblico, o lo Ius soli. Non si tratta di un argomento giovanilistico, ma di equità e giustizia: i giovani nel nostro paese sono una minoranza, sottorappresentata, e le cui istanze non sono difese, anche perché spesso sono delegate. Non si spiega altrimenti il mancato riconoscimento di diritti fondamentali a un’intera generazione di figli di migranti, o il continuo spregiudicato aumento di debito pubblico. Su questo: siamo di fronte a una vera e propria ipoteca sul futuro della nostra comunità, a un sacrificio che non solo indebiterà i posteri, ma li priverà di strumenti per far fronte ai grandi sconvolgimenti globali di questa epoca. Ecco, da qui dovrebbe partire una mobilitazione di rivolta civile e nonviolenta da parte dei giovani, che non possono più affidare a nessuno la conquista del diritto a futuro. La lotta che dovremmo provare a promuovere e facilitare, a partire dalla riorganizzazione del movimento, che ad oggi ripropone al suo interno la stessa situazione di disequilibrio che c’è all’interno del paese.

3- REFERENDUM – Come Radicali in passato abbiamo denunciato il “tradimento della seconda scheda”, quella referendaria. Oggi possiamo dire che anche la prima scheda, quella delle elezioni politiche non se la passa benissimo: basti pensare al fatto che lo statuto di un gruppo parlamentare, quello dei 5 Stelle, prevede sanzioni per chi lo abbandoni, in palese violazione dell’articolo 67 della Costituzione che stabilisce l’assenza di vincolo di mandato, come denunciato da Riccardo Magi. Tuttavia credo sia da ricercare ancora nello strumento del referendum la possibilità per noi di intervenire nell’agenda setting, ovvero di porre le nostre urgenze politiche e democratiche all’interno del dibattito pubblico. E, di conseguenza, è da ricercare qui la possibilità per noi di rilanciare il movimento. Tornare a convocare i referendum vuol dire tornare ad essere forti, ad essere incisivi: nella vita del paese e in quella dei singoli cittadini. Per farlo abbiamo bisogno, da una parte di quel del lavoro di ricostituzione di cui sopra, dall’altra, della prosecuzione dell’iniziativa Staderini-Gentili-Magi, fuori e dentro il parlamento, per ottenere l’accessibilità democratica: ovvero regole che garantiscano a tutti di attivare gli strumenti di partecipazione popolare. Un primissimo passo è stato fatto solo alcune settimane fa, con l’emendamento che permette la delega del potere di autentica a semplici cittadini. Ma occorre andare avanti, innanzitutto sulla firma digitale. In definitiva, una nuova stagione referendaria rappresenterebbe per noi insieme la possibilità di imporre all’agenda del potere le nostre istanze, e significherebbe tornare ad avere forza e autonomia. Sui contenuti di quello che potremmo immaginare come una sorta di “contro pacchetto sicurezza” sarà necessario un lavoro di studio e maturazione comune, come provo a spiegare di seguito.

CONCLUSIONE – Quello fin qui tracciato – a grandi linee – non è un progetto a breve termine: e non si misura con gli imminenti appuntamenti elettorali. Può dare i suoi risultati nel medio periodo, ma naturalmente occorre fissare una timeline e delle scadenze. Ce ne sono almeno due da poter indicare già ora.
La prima. Quella di una grande conferenza di discussione ed elaborazione teorica, che chiami a raccolta politici, economisti giuristi e intellettuali, da convocare in primavera. E che rappresenti il primo incontro di quello che dovrebbe diventare un istituto permanente. Radicali italiani deve tornare ad essere un luogo di studio e formazione: è cambiato tutto nello scenario politico e la capacità di formulare proposte non è scindibile da quella di saper rinnovare le proprie tesi. Le categorie ideologiche tuttora utilizzate in Europa sono talmente vecchie da risultare inutilizzabili. I radicali, e in particolare Marco Pannella, hanno sempre ricercato un’analisi che fosse insieme liberale e storica: non rigida ma continuamente aggiornata al confronto con il presente e i cambiamenti sociali. Solo a queste condizioni è pensabile poter assumere quel ruolo di attacco e non di difesa, di creazione in positivo che non può essere raggiunto semplicemente difendendo l’esistente dagli attacchi illiberali. Oggi, al nostro interno qualcuno ha già avviato delle riflessioni serie e intelligenti: penso a quella di Cicciomessere sui vinti/sconfitti della globalizzazione, o a quella di Cappato sul rendere scientifica la democrazia. È possibile trovare il modo di confrontarsi e chiamare qualcuno anche fuori dalla nostra area che ci aiuti a pensare, in questa realtà dove tutto è cambiato? Proviamoci.

La seconda scadenza rientra nell’obiettivo di diventare radicali più europei. Ed è quella della convocazione – e dunque della preparazione con iniziative e interlocuzioni – del congresso 2019 a Budapest. In quell’Ungheria di Victor Orban che sta diventando il modello di tutti i governi illiberali. Nel cuore di un’Europa dove il potere degli stati nazioni prova a sovvertire le conquiste di diritti e libertà. All’incrocio di quei paesi dove più è tangibile il processo di sovvertimento democratico avviato, e dove dovremmo provare a diramare la nostra rete di attivisti italiani, più europei.

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